Intervista a Ciro Biondi: “Gli eroi della viticoltura sull’Etna sono i nostri operai”

21 Maggio 2021

AUTORE

Sabrina de Feudis

Giornalista – Sommelier Redattore Excellence Magazine

Pugliese d’origine, romana d’adozione, la passione per il cibo e il vino l’ha spinta a diventare Sommelier. Oggi fa parte dell’associazione “Le Donne del Vino Lazio”. Da dieci anni è una giornalista professionista e lavora nel settore enogastronomico. Il suo motto è: “Se arrivi in cima ricorda la fatica che hai fatto per raggiungerla”.

Ciro Biondi: “Gli eroi della viticoltura sull’Etna sono i nostri operai”

Le paure invadono la mente, riempiono le giornate e spesso occupano i sogni notturni, irrompono con sfrontatezza nella routine scompaginandone il flusso. Questa è la sensazione che ha vissuto Ciro Biondi, viticoltore dell’Etna, che ha messo da parte le proprie paure, riuscendo a sfondare quel muro d’incertezza che da anni lo attanagliava. Sarò capace di produrre vino? Sarò all’altezza di fare meglio di mio padre? Ce la farò? Interrogativi a cui oggi Ciro Biondi è riuscito a dare delle risposte, mettendo in ordine quei tasselli di vita, che insieme gli hanno restituito un’immagine definita delle sue primordiali paure. Dal 1999 complice l’incontro con la moglie Stephanie Pollock, la realtà di Ciro prende forma proprio su quei vigneti appartenuti sin dal 1600 ai suoi antenati. L’impresa di Ciro restituisce onore a quella cantina, che suo nonno Cirino, insieme al fratello Salvatore e a un altro socio, aveva realizzato, facendole superare anche gli anni bui delle due guerre mondiali. Durante gli anni del dopoguerra la cantina ha perso lo splendore di un tempo a causa anche della mancata modernizzazione. Nel 1999 arriva Ciro, il  nipote di quel nonno Cirino che lui non ha mai conosciuto, con un obiettivo chiaro, produrre vino ma di qualità, senza compromessi, ogni bottiglia doveva racchiudere i profumi dell’Etna, portando con sé una chiara identità.

Cosa ti ha spinto nel 1999 a prendere in mano le sorti dell’azienda?

Ho avuto sempre dentro di me il pensiero fisso a quei vigneti, dovevo fare pace con me stesso e con quelle paure ataviche che mi portavo dietro. L’incertezza di non essere all’altezza si mescolava alla paura per la sfida grande che mi si presentava, sentivo addosso il peso della responsabilità. L’unico modo per permettere alla cantina di continuare a vivere era quello di fare un vino di qualità, di una qualità superiore rispetto a quella realizzata da mio padre. Papà vendeva il suo vino a mille lire al litro, io non potevo continuare su quella strada, infatti, lui a un certo punto si è visto costretto ad abbandonare la cura dei vigneti più impervi, dedicandosi solo a quelli più bassi e più facili da lavorare. Nel 1999 ho avuto la fortuna di conoscere Steph e ci siamo buttati insieme in questa avventura. All’inizio avevamo con noi un enologo, poi, con il tempo abbiamo capito che potevamo fare da soli e così abbiamo fatto.

Sei stato un pioniere della viticoltura sull’Etna, dai tuoi inizi ad oggi come si è evoluta?

Il vero pioniere è stato Giuseppe Benanti, io ho seguito la scia, oggi si contano più produttori che la lava del nostro Etna. L’avvento di personaggi già conosciuti nel mondo del vino come Andrea Franchetti e Marco De Grazia di Tenuta delle Terre Nere, a cui ho progettato la cantina, il mio ultimo lavoro come architetto perché ora lo faccio solo per me, ha contribuito a rendere famoso il territorio etneo, poi Marco esportando negli Usa ha dato il via alla diffusione oltre i nostri confini e poi produttori come Alberto Aiello e Michele Faro, tra questi c’è chi aveva il vigneto di famiglia e vendeva l’uva e poi ha deciso di fare vino, chi da produttore facoltoso ha regalato la vigna alla moglie. È facile saltare sul carro dei vincitori, è difficile essere dei pionieri, al mio inizio non avevo idea che da qui potesse nascere un grande vino, mai avrei immaginato di ricevere così tanti premi.

Cosa rappresenta per voi l’Etna?

Per noi è un essere vivente che ogni tanto si sveglia ci scuote, ci dà questi spettacoli eruttivi e poi cambia forma. L’Etna che conoscevo da ragazzino è diverso da quello di oggi, non è un elemento statico che ti guarda, evolve continuamente. Quando andai a studiare architettura a Firenze mi sentivo spaesato, senza l’Etna non riuscivo a orientarmi. I nostri vecchi capivano dai fumi del vulcano come sarebbe stato il meteo della giornata, rilevavano se c’era alta o bassa pressione. Oggi questa capacità si è persa.

Tu e tua moglie Stephanie siete molto legati a questa terra, vi siete sposati in uno dei vostri “cru”, chi di voi due aveva questa passione per il vino?

Steph ha avuto in Inghilterra la fortuna da ragazza di conoscere delle persone, legate al mondo della ristorazione, che le hanno fatto conoscere vini importanti, ha un palato migliore rispetto al mio e quando abbiamo incominciato abbiamo cercato di migliorarci allenandoci tanto, comprando e bevendo insieme. I miei ricordi legati al vino risalgono a quando avevo quattro anni e pigiavo con le mie galosce l’uva nelle vasche di fermentazione, avevo tutti i piedi appiccicosi, ma questi ricordi fanno parte della mia tradizione ma non ti aiutano a fare il vino buono.

Qual è la sensazione che si prova a essere considerati dei “vignaioli eroici”?

Gli eroi sono i nostri operai, gente che lavora per noi da sempre, che si ricorda di mio nonno Cirino, che io purtroppo non ho mai conosciuto. Operai attaccati alla natura e alla tradizione piuttosto che al denaro perché amano il lavoro che fanno.

C’è un vino a cui ti senti particolarmente legato?

Non posso dirlo, i vini sono come i figli non diresti mai che c’è uno che preferisci rispetto a un altro.

La pandemia ha rivoluzionato gli stili di vita e ha trasformato il lavoro, nel vostro caso cosa è cambiato?

Per me quest’anno è stata la quadratura del cerchio, io amo in una maniera esasperata questi posti, qui ho tutti i miei legami e avere un luogo che ami è ciò che ti fa ricco, ma di quella ricchezza non economica ma intesa come qualità di vita. A parte questo ultimo anno abbiamo avuto sempre gente che aveva il piacere di venirci a trovare e questo ti riempie di soddisfazione. L’80% della nostra produzione è destinata all’estero e abbiamo perso il 50% del fatturato su un totale di produzione che si attesta sulle ventimila bottiglie. Ad oggi le acque si stanno calmando, iniziano a tornare gli ordini dagli Usa e noi guardiamo avanti.

La Sicilia è una delle mete più gettonate soprattutto dal turismo straniero, per questa estate come pensate di organizzarvi?

Saremo aperti appena ci sarà consentito, il mese prossimo farò la seconda dose di vaccino, invece a Steph toccherà a luglio, così noi saremo protetti. Dagli Stati Uniti stanno impazzendo vogliono tornare a viaggiare e credo che già da questa estate arriveranno turisti, per la prossima ci sarà un vero boom, infatti, stiamo progettando due casette per dedicarle alla ricezione, in fondo sono sempre un architetto.

Cosa ti auspichi per il futuro?

Mi auguro che mio nipote Manfredi, che ha 33 anni e che lavora con noi da quando ne aveva 18, mia figlia Eleonor e Alex, il figlio di Steph, possano continuare a portare avanti l’azienda. Io ho ventidue vendemmie alle spalle e mi sorprende vedere colleghi che sanno tutto, io invece, devo sempre imparare qualcosa, in ogni vendemmia si apprende qualcosa in più, è un continuo crescere per migliorare la qualità dei vini.

Outis (NESSUNO) Etna DOC Bianco 2018 Giallo paglierino dai riflessi oro verde, al naso un vortice di profumi di frutta tropicale, dall’ananas alla papaya, si susseguono insieme a gocce di cedro e alcune spennellate di miele d’acacia. Un blend di  Carricante, Catarratto e Minnella di pura matrice minerale, testimoniata dai sentori di gesso e pietra focaia. Al palato la  freschezza è la protagonista indiscussa, questo è un fattore positivo, che permette di pulire il palato per prepararlo a ricevere un altro sorso e un altro ancora.

Pianta Etna DOC Bianco 2018 Contrada Ronzini Bottiglia n. 1336 Un colore giallo dorato brillante si riflette nel calice. Carricante per il 90% e la restante parte è composta da Catarratto e Minnella coltivati nella parcella di Chianta in Contrada Ronzini, uno dei Cru dell’azienda, bottiglie numerate per un vino che riesce subito a impressionare. Un ventaglio di profumi ampi e intensi conferma l’impronta nettamente minerale, che ben si interseca ai sentori di frutta, come la mela cotogna, miele, frutta secca tostata e leggeri sentori di fumè. Al palato è imponente e scalpitante nella sua struttura, equilibrato e lungo nel finale.

San Nicolò Etna DOC Rosso 2018 Contrada Monte San Nicolò Bottiglia n. 461 Colore rosso rubino dalle sfumature brillanti, Nerello Mascalese in prevalenza con una piccola percentuale di Nerello Cappuccio coltivati proprio nel vigneto denominato San Nicolò, dove le viti crescono ancora a piede franco. Affina per diciotto mesi in barriques e tonnaux e altri tre mesi in bottiglia prima di raggiungere il calice. Un vino da “meditazione” protagonista indiscusso di un territorio unico, che riesce a trasferirsi in bottiglia senza perdere la propria identità. Riflette l’impetuosità dell’Etna e il carisma dei suoi produttori, legati da un amore che si evince già al primo sorso. Profumi intensi di prugne e marasche, incorniciati da ventate di fiori rossi appassiti, si intrecciano a note di spezie dolci, cardamomo e cannella. Sentori di grafite si abbracciano a profumi di macchia mediterranea. Sorso avvolgente ed equilibrato riesce a imprimersi nella memoria.

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