Relevé on cloud nine, come bere rosé senza sentirsi in colpa

19 Luglio 2021

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Redazione Heres

È un giorno qualunque, ma non è mai un giorno qualunque. Specie di questi tempi quando la straordinarietà è resa pubblica, comune, infiltrata dalle notizie e dal senso dell’apparire. Sul piatto, o meglio nel bicchiere, mettiamo i nostri dubbi, qui colorati di rosa madreperla, petalo e tutù. Il Rosé, inteso come vino, può essere grande o ci fa comodo continuare classificarlo come liquido frufrù? Intanto, posiamo il ghigno e in punta di piedi, muscoli tesi che cercano l’equilibrio, afferriamo fantasia e storia e diamoci dentro. Stiamo vivendo in un’epoca di rinascita dei bianchi e abbiamo deciso che possono essere grandi, altroché. Stiamo vivendo nell’età del rosso consacrato e come tutti i regnanti, ahinoi, minacciato. Stiamo facendo il bagno nelle bollicine e di questo ritmo l’acqua del sindaco sarà sempre più allegra.

E il rosé?

Di fatto, il rosa ci rivela molto del rapporto dell’uva con la terra e l’acqua, per non dire con l’aria e il celeste. Poche ore a contatto con le bucce per ottenere vini che evocano il nono pianeta del sistema solare. In inglese, l’espressione cloud nine corrisponde a uno stato d’animo simile all’estasi. Sottraendo due strati di nuvole, siamo al settimo cielo. Pensiamo ai rosé di Provenza che come le piume di fenicottero si tingono grazie alle lievi permanenze del succo a contatto con le bucce, ma anche, soprattutto, ai nutrienti rilasciati dalla terra.

Scisti e quarzo nel caso di Château Sainte Marguerite, una delle diciotto aziende parte della ristretta cerchia dei Cru Classé di Provenza con vigneti a ridosso del Massiccio dei Maures, in Côte de Provence, a un occhiolino dal mare.

Qui il vino prodotto al 90% è rosa, colore che rispecchia un’economia ridente e uno status d’élite che ha ispirato tanto quanto può averlo lo Champagne con le bolle. Ma il rosato non è un vino, da farsi o da bersi, qualunque.

Dalla Provenza cristallina alle rive, sinistra-destra del Panaro e del Secchia, dove la tavola terrestre si stende in un disegno di un bambino di vigne, case e macchinine lungo slanci di linee punteggiate e curve sorridenti.

A casa dei Modenesi, alieni quasi, come il Lambrusco di Sorbara, che altra lingua non parla se non quella della semplicità eletta, arzigogolata solo perché troppo bella, e diretta nel bicchiere, per essere vera.

La nostra Calipso, siete avvisati, si chiama Silvia Zucchi e il Rosato di Sorbara è un omaggio all’estate della vita.

Le unghie fragolina e pesca rugginosa intrise di tempra Sorbara trovano vigorosa controparte nelle colature di Appennino del Cerasuolo d’Abruzzo.

Mistero italico, mito e geografia, costola montana e fianchi marittimi, transumanza e capriole, alberi ombra e frutti radicati, tinte forti con declinazioni flou: come se essere un esserino rosa invincibile nel bicchiere fosse normale.

Dare tempo al tempo, ci ricorda Chiara Ciavolich, e al Cerasuolo, terza dimensione del Montepulciano d’Abruzzo, che ci mostra oggi come berremo domani.

La dama bambina dall’animo punk della Champagne, Agnés Corbon, si divertirebbe come una matta ad aprire queste bottiglie con noi. Serenamente si lancerebbe nei termoclini lucenti e schiumosi del Sorbara e nelle veraci fragranze del Cerasuolo.

Dalla sua sedia trono, senza mai prendersi troppo sul serio, aprirebbe il suo Les Bacchantes Rosé de Saignée 2015 di solo Pinot Meunier.

Un bicchiere che rivela il bello del fare vino con spirito giocoso e senza fare promesse. Perché il grande può essere tenero e tenace e durare un tempo fugace.

Il senso del rosé è forse questo, sintesi tra origine e futuro, abbandono delle misure canoniche, impressionismo in cantina. Come la danza, dove la leggerezza è ottenuta con disciplina, e la gioventù è moto perpetuo.

 

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